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domenica 5 maggio 2013

Till Death





Ascoltatemi voi che vivete nei sensi,
e ascoltate solo i sensi:
L'Immortalità non è un dono,
l'Immortalità è una conquista.
E solo coloro che combattono allo stremo, la possederanno.



Sono arrivata così tante volte tanto vicina alla Morte, da non riuscire più a sentire niente.
Sono arrivata così tante volte tanto vicino alla Morte, da non poterne più fare a meno.
Sono arrivata così tante volte vicino alla Morte, che quasi non mi riesce più di vivere. Di amare.

Morte. Pirati. Lo Spazio sa essere crudele e spietato quanto e più di un assassino. Mi trovo a scrivere lettere esagitate all'interno di un Pod di salvataggio difettoso, ad un passo dall'Oblio, ad un passo dall'inevitabile, sicura che niente e nessuno avrebbe potuto più salvarmi. 
Ho lasciato che i miei mi abbandonassero.
-Perchè Signore...? Perchè a me...? Tua serva fedele. Tua Templare devota.
Stringo le braccia attorno al corpo esanime di Emile, aggrappata a quel mucchio di carne come se da quello dipendesse la mia stessa vita. Come se da quello dipendesse ogni mio respiro, che con lui, sarei morta anch'io, sarebbe morta con me ogni briciola di speranza, sarebbe morta con me ogni briciola di volontà.
Lo stringo e ripenso a quando si giocava insieme alle cave d'argilla. A quando, sozzi di fango, attendevamo Johanne e Stevens per le solite scorribande a BlackLake. Ripenso a quella volta in cui si tolse la giacca per coprirmi le spalle, quella notte che eravamo rimasti da soli in cima alla tettoia della casa del Carlson su cui ci piaceva arrampicarci per guardare dall'alto gli ultimi rancheri che si sgolavano per riportare in stalla le loro vacche. Ripenso a quando avevamo cercato di sconfiggere la paura rubando al Casinò di Dokinai, facendoci irrimediabilmente beccare, e lui si offrì di prendersi pure le mie frustate al posto mio.
Per queste cose lo si ama. Un po' vergognandosi d'esser stati tanto cattivi con lui.
Per queste cose non ho avuto nessuna esitazione nel trascinarmelo appresso, pur sapendo che per me sarebbe significato abbandonare questo Verse infame.
E invece, la salvezza, inaspettata ancora una volta. Una salvezza che si chiama ironicamente All Saints. 
Una salvezza che ha nome volto: Eivor Edwards ed Aileen Ward.
Eppure, non sono mai stata abbastanza riconoscente. L'ennesimo attacco pirata. Non ho più voglia di lottare.

Morte. Raan, St. Andrew. Un salto nel fuoco. L'ennesima metafora della mia esistenza sta lì difronte a me: un muro alto due metri di puro fuoco che fiammeggia sotto i miei occhi stanchi, arrabbiati, colmi d'odio. Silver è rimasta accanto a me. Pende come una disperata attaccata ad una specie di passerella sospesa su un baratro. E si aggrappa con le unghie e con i denti, e lotta, come una guerriera. Lotta, e io salto. Un salto. Il vuoto. La libertà. Socchiudo gli occhi. Mi mancano i capelli. I miei bei capelli rossi. 
Vorrei piangere ma non riesco a trovare la forza e invece ce l'ho per abbattere senza pietà i tre giganti che mi vengono incontro. Mi batto senza sosta, sfoderando i pugni, denti stretti, fiato corto. Un cazzotto dopo l'altro. Cadono come foglie morte al vento d'autunno.
-CHI-OSA-SFIDARMI-ADESSO?!
Chi osa sfidare l'Immortale? Chi osa sfidare Electra Williams? Electra Williams, che sfida se stessa, la Morte, per l'ennesima, fottuta, volta.
Donna Drago, mi hanno chiamato. Donna Drago.

Morte. Un recupero disperato. Cecchino senza pietà avvolta dalle ombre e dalla neve. La canna del mio M-9 non perdona, letale. Una testa salta via come palloncini di carne una dietro l'altra. Uno, due, tre morti cadono. Quattro, cinque, sei, vite rotte, spezzate dalla mia brama di vendetta. Smithson e Price a lottare insieme a me, una squadra vincente. Soldati pronti a tutto, fino allo stremo.
Orgoglio, estremo orgoglio. Sorrido. Finalmente chiudo gli occhi. Finalmente posso riposare, finalmente la pace. 
Ah, Dio... la Pace.
-Enn, Vinz... è proprio vero: noi siamo immortali.

Morte. Droga. Sono arrabbiata, sono frustrata. E sniffo Blast come non ci fosse un domani. Bianca, la vedo: purissima e candida come neve. Ne sminuzzo un po', con fare materno e maniacale. Huck mi avverte: rischio l'overdose. Lo ignoro. La mia voglia è troppa e quasi sbavo per la voglia. La voglia che mi fotte il cervello. Tiro su. Il cuore esplode, batte a mille, vedo nero. Overdose. Convulsioni. Rischio di arresto cardiaco. Battito a zero, respiro altrettanto.
-Per dimenticare... per dimenticare. E dire che no ti ho mai detto... Joe...non ti ho mai detto.

C'è Huck accanto a me, c'è Silver, c'è Nancy, c'è Vincent.Ci sono loro. Loro, i miei angeli custodi, la mia Vita, tutto. Tutto. Io che sono niente. Io che sfido l'impossibile credendo in una vita Eterna. Io che senza amore, sono niente.

Senza amore, sono niente.

lunedì 25 marzo 2013

Sotto un'unica bandiera.



A quel tempo si usava incontrarsi nei pressi della cava di carbone abbandonata, solo perché coi resti della polvere che di tanto in tanto macchiava l’erba secca, ci si poteva sporcare il viso e giocare ai soldati, a fare la guerra, come ci avevano insegnato i nostri padri infami morti chissà dove, alcuni vivi e troppo codardi per fare lo stesso.

Avevo preso l’abitudine di colorarmi le guance di nero disegnando sottili strisce parallele sulle gote e sulla fronte. A Stevens piaceva passare le mani sporche lungo tutto il viso, in verticale, tracciando come artigli dalle tempie alle mascelle ancora troppo acerbe, sbarbate. A Emile non piaceva sporcarsi la faccia, perché il padre non voleva, però portava una bandana rossa a coprire parte del viso minuto, perennemente imbronciato. Johanne, invece, portava frutta, patate lesse, pane duro: quello che riusciva a rubare dalla credenza alla madre tirchia che gestiva l’unico spaccio rimasto in piedi. Si prendeva cura di noi mentre eravamo in “guerra”, cauterizzando le sbucciature sulle ginocchia come poteva, e spesso evitando che ci cavassimo gli occhi per sbaglio. La gonna lunga di Johanne aveva sempre fantasie floreali, e chissà perché, me la ricordo fin troppo bene.

Era l’unica che alla fine rimaneva sempre pulita.

Quel giorno ero stata la prima ad arrivare –evento raro, unico nel suo genere-. Aspettavo Johanne, Stevens, Emile, con un’ansia sempre crescente nel cuore che facevo fatica a tenere a bada. Mi ero già sporcata la faccia per evitare di perdere tempo durante l’attesa. Avevo indossato gli stivali della mamma, più grandi di qualche misura, ma ancora interi e per questo non da buttare. Emile mi raggiunse poco dopo, con la sua bandana rossa.

All’appello mancavano solo Stevens e Johanne, che di solito erano sempre i primi e arrivavano insieme perché abitavano nella stessa strada.
Ricordo che guardai Emille con una punta di apprensione che non riuscivo ancora a mascherare del tutto. Lui non sorrideva mai, credo che abbia imparato a farlo da quel giorno in poi.
Sono sicura di non averlo mai visto piangere.

-Sono in ritardo. Se fossimo stati in guerra davvero a quest’ora saremmo morti.
-Noi siamo in guerra davvero
.- Osservò Emile, con la solita freddezza.
-E allora è ancor più grave. Dove sono?-
-Si saranno fermati da Johanne. Sai che sua madre è sempre tanto apprensiva…-
-Perderemo la guerra. Moriremo. Non glie lo perdonerò mai. –Insistetti. Tirai fuori dalla fondina la pistola che mi aveva regalato papà. Non avevo i proiettili, però, perché costavano troppo, e comunque affrontavo la questione con una buona dose di serietà.

Passò qualche ora. Io ed Emile eravamo stanchi d’aspettare in piedi e ci eravamo seduti all’imbocco della cava, anche se suo padre si sarebbe arrabbiato per lo sporco sui pantaloni. Io non riuscivo più a trattenermi. Ero furibonda: avremmo perso la guerra e Johanne e Stevens erano chissà dove a pomiciare.
Emile se ne stava insolitamente silenzioso, immerso nei suoi pensieri.

-Basta. Io me ne torno a casa. Si sta facendo buio.- Ruppi il silenzio sgarbatamente, borbottando adirata.
Emile non rispose. Si limitò a guardarmi come volesse aggiungere qualcosa, per poi ripensarci e tornare a fissare il buio annuvolato di polveri sottili della cava.
-Che c’è?!- Lo interrogai, brusca. Ce l’avevo con Johanne per essere sempre così carina. Piaceva a Stevens più di quanto potessi piacergli io, ed ero certissima che quell’assenza fosse dovuta a quello.
Emile non rispose subito. Mi guardò ancora una volta, e si decise a parlare solo quando feci per girare sui miei tacchi, esasperata, per tornarmene a casa. Si alzò di scatto, alle mie spalle. Potevo percepirne il tremolio delle braccia tese anche a distanza.
Mi fece paura.

-E se fosse successo qualcosa?- Non avevo mai sentito Emile parlare così.
-Cosa…? – Conoscevo già la risposta, ma avevo paura d’ammetterlo, e comunque non gli avrei mai dato la soddisfazione di mostrarmi preoccupata per Johanne, o tanto meno per Stevens.
-…- mi guardò silenzioso. Potevo sentirne lo sguardo rancoroso posarsi sulle mie spalle, senza guardarlo. Mi voltai in ritardo, solo dopo qualche istante. Fissai gli occhi in quelli di lui. Entrambi sapevamo che l’altro sapeva di cosa si stava parlando, ma nessuno ebbe il coraggio di affermarlo apertamente.
Scossi il capo, con secchezza, con convinzione.
-Non dire scemenze… lo sai che Johanne…- lasciai in sospeso la frase. Non sapevo. Non sapevo niente.

Mi voltai. Volevo andarmene. Volevo tornare a casa. Ero stanca. Ero sporca. Ero arrabbiata.
Era buio, nella campagna. Faceva freddo. Qualcosa si mosse nell’erba secca e incolta, ed ebbi un sussulto.
Sollevai la pistola. La puntai nel buio. Emile fece lo stesso un attimo dopo, ma era armato di coltello.

-Chi è là?!- urlai. Tentavo di trattenere il respiro, di affinare i sensi come mi aveva insegnato a fare mio padre. Tentai di controllare il tremolio delle mani, della voce. Tentai di controllare i battiti del cuore.
Niente. Ancora qualche suono. Poi nient’altro.
Guardai Emile, che annuì, segno che aveva compreso il da farsi. Era già pronto ad abbassarsi e strisciare al suolo, così come avevamo stabilito durante le esercitazioni, prendendo copertura dietro un cumulo di rocce abbastanza alto da celarne la figura minuta per intero. Io avanzavo nell’erba, sprezzante del pericolo, incurante che la pistola che impugnavo tra le mani non era altro che un giocattolo. E di nuovo.

-Chi è là?! Un passo falso e sparo!- secca, arida. La voce acuta era poco più che quella di una bambina. Ero una bambina, in fin dei conti.

Dai cespugli sbucò fuori la testa bionda di Stevens, ed io tornai a tremare per un istante, mentre un brivido freddo mi percorreva la schiena nel constatare che la sua faccia era gonfia di lividi, di sangue raggrumato in piccoli tagli verticali. Un occhio era più gonfio dell’altro, e non aveva addosso niente, se non un paio di brandelli di pantaloni rimasti attaccati alle gambe scavate da bruciature profonde.
Sgranai gli occhi, deglutendo a vuoto. Emile balzò fuori dal suo nascondiglio, mentre Stevens, poco più alto e grande di noi, ci barcollava incontro tenendo in mano il suo coltello da caccia come unico baluardo di difesa contro il mondo che gli aveva fatto quello.

-Do… dov’è Johanne…?- sussurrai in un singhiozzo, rapida, trattenendo lo sgomento, la rabbia che iniziava a scalpitare dentro al petto. Le nocche sbiancavano attorno al calcio della pistola giocattolo. Sentii Emile avvicinarsi alle mie spalle, con la stessa aspettativa stampata negli occhi chiari.

Stevens ci guardava, ma non ci stava vedendo realmente. Aveva negli occhi qualcosa di terribile. Avrebbe pianto, se la polvere che gli incrostava gli occhi non glie l’avesse impedito. La cenere gli impastava le ferite sulla faccia resa scura. Scosse il capo una sola volta, prima di crollare sulle sue ginocchia bruciate, svenuto.
Poco dopo scoprimmo che si era dovuto trascinare fin lì per chissà quanto tempo, da solo,  con la morte stretta nel cuore, semplicemente per assicurarsi che noi fossimo vivi.

Johanne, non era stata così fortunata.

Quando la seppellirono indossava la sua gonna a fiori gialli. I capelli rossi erano rimasti intatti. La madre li aveva acconciati con cura in una treccia come faceva di solito, nonostante del suo bel viso lentigginoso non era rimasto che un cumulo di carne maciullata. Le mancavano le gambe, ma la gonna riusciva ancora a darci il barlume di quel corpo per intero.

Riuscivo ancora a sentirne la voce gentile risuonare in sottofondo. Ridere. Le sue gambe saltarci appresso per non rimanere indietro, per via della gonna che le impediva di muoversi come si deve. Riuscivo a vedere quelle sue piccole mani pulite tirare fuori dalla borsa la roba che aveva rubato alla madre strappandole qualche ceffone di cui mostrava fiera i lividi sulla guancia, come fosse anche lei una guerriera come noi.

Johanne  era morta schiacciata sotto le macerie della drogheria che era stata distrutta dall’ennesima ondata di bombardamenti. Aveva tredici anni.
Riuscivo ad immaginarmela protesa verso la credenza in punta di piedi, contando i secondi che passavano con inesorabile velocità prima che la madre tornasse in cantina a controllare che non stesse rubando per l’ennesima volta qualcosa per noi.
La gonna di Johanne diventò la nostra bandiera.
Il motivo portante della nostra rabbia.

L’ideale, per cui avremmo per sempre combattuto.

domenica 23 dicembre 2012

Default.


La prossima volta che m'innamoro, voglio un uomo un po' freddo. Qualcuno che non assecondi ogni mio inutile capriccio. Però deve essere uno che, se per esempio litigassimo, il giorno dopo si presentasse da me con una rosa e una frase d'amore…

Un uomo così.

Cerca l'immagine di se riflessa sullo specchio sbeccato del bagno umido all'interno del suo appartamento spoglio. Non le era mai interessato di riempirlo con inutili cianfrusaglie. 
Solo il necessario per sopravvivere.
Lei era così.
Si aggrappava alle cose necessarie, quelle che continuano a farti battere il cuore nel petto.
Si aggrappava a se stessa, non alle cose.
Un divano nero in simil-pelle ancora coperto dalla stessa plastica con cui lo aveva comprato. Un basso tavolino stracolmo di posaceneri che non si prendeva la briga di svuotare. Un letto, semplice, ad una piazza e mezzo perchè da soli si sta meglio, ma meglio stare comodi. Un armadio pieno di camice maschili. Alcune non le avrebbe mai indossate. Un tavolo da pranzo mai usato. Una cucina altrettanto intonsa.

Cercava i suoi occhi stanchi. Il vuoto che s'era lasciata attorno aveva reso quelle occhiaie ancora più profonde e lasciato il segno nelle iridi non più luminose. Erano vacui e vitrei, e ci cercava dentro ancora i cocci di quei 21 grammi che aveva perduto.

Ciao. Sono Electra Williams. Non so dove sono nata. Non ho mai visto il volto di mia madre e quello di mio padre l’ho dimenticato. A quattro anni mi sono trasferita a Boros. 
Lavoro giorno e notte, e continuo a coltivare sogni che puntualmente si infrangono.
  
 Aveva sei anni. Se ne stava in equilibrio sulla punta dei piedi nudi, vestita di morbido cotone bianco.
Il papà se ne stava in piedi, di spalle. Imbracciava un fucile e parlava con l'uomo dai baffi rossi, incurante che la mocciosa frignasse spiando al dilà della finestra. Lo ammirava. Se avesse potuto scavalcare quel davanzale gli sarebbe saltato al collo urlando di contentezza a pieni polmoni.
-Papà!- esalò un lamento tra le labbra, mentre -sentendosi abbandonata-, si aggrappava con le piccole braccia al davanzale della finestra della casa in legno al piano terra, cercando disperatamente di saltare dall'altra parte. Il papà si voltò a cercare la fonte di tale disturbo. 
I suoi occhi erano gelidi, rabbiosi e infastiditi. Non le avrebbe mai perdonato d'averle portato via l'unica donna che aveva mai amato, sopravvivendo come un lurido parassita al posto suo.
La bambina non ha mai dimenticato quello sguardo.
-Ti voglio bene!- protestò lei, tra le lacrime immotivate che non aveva ancora imparato a trattenere.
-Ti ho detto di aspettare in casa! Il papà ha da fare. Lo capisci, questo?- per quanto non riuscisse a ricordarne le rughe d'espressione sul volto non più giovane, la voce ruvida le risuonava ancora nelle tempie di tanto in tanto, nei momenti di più profonda solitudine.
L'abbandono, l'aveva imparato in fretta.


Sono passati dieci anni da quel giorno. Cinque giorni dai suoi sedici anni.
Stevens le teneva la mano, stretta in una presa che l'avrebbe di li a poco infastidita. Che di li a poco avrebbe evitato. Il cunicolo in cui si erano infilati era una vecchia miniera di carbone in disuso. 
La puzza di zolfo tormentava le narici di entrambi, ma non si tirò indietro quando il biondino più grande di lei di qualche anno tentò di ficcarle la lingua in bocca, malamente. 
Era un contatto umido e strano. La pelle fremeva sotto la sua stretta irruenta e non poteva fare a meno di pensare che tutto quello non lo aveva voluto.
Pochi secondi e lo respinse di scatto, rifilandogli un ceffone che non avrebbe dimenticato dopo anni, che si sarebbe legato al dito come un marchio indelebile. Una profonda cicatrice nell'orgoglio giovane.
-Perchè devi essere sempre così? Non ti amerà mai nessuno.- Le ringhiò in faccia incattivito, massaggiando la guancia dolorante, prima di alzarsi di scatto e cercare l'uscita.
Non aveva compreso la paura negli occhi chiari di quella ragazzina. O forse non gli importava scavare a fondo nelle ragioni di quel rifiuto.
Lei rimase a guardarlo aggrottata, mentre si allontanava. Le braccia strette attorno al petto. Lo sguardo cupo.
-Non ho bisogno che qualcuno mi ami. Sarò felice comunque, senza di te. Sarò felice lo stesso anche da sola. Un giorno vedrai!- Riuscì ad urlargli dietro prima che l'ombra sparisse nella polvere della miniera abbandonata.
L'abbandono, una costante.

In quel periodo credeva di non volersi innamorare mai più. Invece, quella notte, pregando per la felicità di Stevens, iniziò a pensare che nonostante il dolore e le ferite che avrebbe potuto causarle, avrebbe voluto sognare ancora una volta e amare qualcuno… con tutto il cuore.