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lunedì 24 giugno 2013

Live.Lie.Love.&Fuck, as well.


-Toccami- gli aveva afferrato la mano tra le proprie e lo aveva costretto  a posarla sul suo seno.
-Smettila. Non ho voglia di giocare.- oppose resistenza, con una scintilla di rabbia che faticava a trattenere nelle viscere. La guardava di sbieco, come la temesse. Come temesse quella parte di lei che gli era estranea, del tutto nuova, inaspettata. Una maschera –tra le tante che lei si ostinava ad indossare- inedita, che non sapeva gestire. L’imbarazzo l’aveva cucito addosso sul rossore delle guance, ma lui lo sapeva: lei non si sarebbe accontentata di un “no”.
Insinuò le dita affusolate tra le sue gambe. Era eccitato.
-Andiamo, lo vuoi, Emile…-
-Non è questo il punto.
-E allora qual è? Non ne vedo altri.- il serpente tentatore tirava fuori la lingua biforcuta. Gli scivolava addosso come sul velluto. Poteva sentirlo fremere, per un istante. Il suo corpo teso, tremava. Serrò le gambe strette nell’ inutile tentativo di nascondere l’erezione sotto la stoffa spessa dei pantaloni, incurante che nel farlo avrebbe costretto la mano di lei in quella stessa morsa. Respirava il suo odore sulla pelle. Le loro labbra, mai state così vicine.
-Ho sopportato, Electra. Ho sopportato abbastanza… per anni che mi sembrano secoli. Ma questo no, non posso sopportarlo.
Lei rideva, di gusto, nonostante quella delusione riuscisse a leggerla negli occhi altrui e le pungesse la carne come un ago impertinente ed incurante sulla pelle che invano oppone resistenza.
-Credi che sia cieco? Credi che non lo veda il costante via vai di uomini… e di donne… -un’inflessione sarcastica spezzava il tono roco e indurito della voce- .. Ti diverti così, adesso?
-E’ solo un gioco, Emile.
-Un gioco, certo. Ma Io non sono solo un gioco. Non puoi trattarmi come tutti gli altri.
Ma lei non riusciva a capire cosa lo turbasse tanto, o forse, non le importava.
Negli anni, aveva imparato ad erigere una barriera attorno a se che negli ultimi mesi era riuscita a schermarle anche il cuore.
Voleva calore, ma non era disposta a perderne una briciola del proprio, e quel calore lo avrebbe rubato a qualsiasi corpo le fosse sembrato abbastanza pronto a giocare col fuoco.
-Ho fatto ancora quel sogno, bruciavamo insieme- le parole di Ezra, vecchie di qualche giorno, le rimbombavano ancora come un’eco distante e prepotente tra le tempie.
Un respiro, profondo. Un attimo dopo era su di lui, premurandosi di sbottonare distrattamente la camicia.
-Non ho bisogno di proteggere il mio corpo, Emile. E’ il mio cuore, quello che voglio tenere sotto chiave.
Era l’unica risposta che sarebbe stata in grado di donargli e lui, sapeva anche che era il suo strano modo di chiedergli scusa, per quel che di lì a poco sarebbe successo. Poteva sentire il suo cuore battere all’impazzata dentro al petto. Il respiro affannato le impattava sulla guancia, caldo come voleva lei.
Gli slacciava i pantaloni, alla cieca.
-Electra… ti prego. –la stava supplicando di non farlo, di non varcare quella soglia, quella soglia da cui non sarebbero più potuti tornare indietro se non cambiati.
Lui non glie l’avrebbe mai perdonato e lei non lo avrebbe mai perdonato a se stessa.
-Sssh- con un dito sulle labbra lo invitava al silenzio.
-Mi ami?- e lei se ne stava zitta, guardandolo soltanto, impassibile e distante, rifiutando di pronunciare quel “no” che lo avrebbe distrutto, o quel “sì” che li avrebbe distrutti entrambi.

Concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo.

Aveva deciso di consumare in fretta quella candela e di spegnere subito la fiamma. Era stanca.
Lui non aveva il coraggio di guardarla, e lei non ne aveva alcuna voglia.
-Ci vediamo domani.- ora era il turno di lui di indugiare nel più totale silenzio.
Silenzio che lei si sarebbe lasciata scivolare alle spalle con indifferenza.

Ognuno di quei volti le passava attraverso, come una lama di vetro nel Vento, ferendola, senza mai toccarla.
Blaze-la passione-,
Aileen-il capriccio-,
Ezra-la disperazione-,
Nancy- l’errore-,
Huck-una scommessa persa-.

Ora, insieme a loro, c’era anche quello di Emile –l’amore non corrisposto-.

Sorrideva, nel buio.
Avanti il prossimo.

sabato 8 giugno 2013

Noi bambine non abbiamo scelta.

Ci sono dei momenti nella nostra vita in cui ci troviamo ad un bivio. 

Impauriti, confusi, senza una meta. 
Le scelte che facciamo in questi momenti possono segnare il resto della nostra vita. 
É certo che quando si è di fronte all'ignoto, la maggior parte di noi preferisce far retromarcia e tornare indietro. Ma occasionalmente, le persone ti fanno pressione per qualcosa di meglio. Qualcosa aldilà del dolore di dover continuare da soli. 
E aldilà del valore e del coraggio che ci porta a far entrare qualcuno. 
O di dare un’altra possibilità a qualcuno. 
Qualcosa aldilà della calma persistenza di un Sogno.

Perché è solo quando ti metti alla prova…che scopri chi sei veramente. 
Ed è solo quando ti metti alla prova che scopri chi puoi essere. 

La persona che vuoi essere, esiste. 
Da qualche parte sull'altro lato del duro lavoro, della fede, credenza…ed oltre l’angoscia e la paura di quello che ci aspetta più avanti.

Ho appena finito di scopare con l'Angelo. Lui dorme, io mi crogiolo tra le coperte.
A dire il vero non so se stessimo scopando o divorandoci a vicenda.
Non so se questo può chiamarsi amore e non voglio chiedermelo, ma so che c'è, e che forse è una delle cose che ho sentito addosso più vicine all'amore, che io abbia mai provato.
No, non lo amo. No. E' chiaro. Ma finalmente amo me stessa e posso essere libera di amare, di amare veramente, qualora trovassi qualcuno degno della stessa considerazione che ho di me.
Ne seguo il profilo regolare. Il naso appuntito, le labbra rosse affollate di barba bionda.
Appare quasi sereno mentre riposa coi miei graffi sulla faccia e la mia cicatrice, il mio personalissimo marchio sulla pelle.
Stranamente, non è a lui che sto pensando.
Ripenso ad un incontro. Sam Hale. Moloko Cortes.

Penso alle scelte che mi hanno portata qui. Su questo letto.Tra queste mura in acciaio.
Penso ai percorsi intricati dell'esistenza umana. Penso alle strade a cui ho rinunciato, che avrei potuto intraprendere e che non ho preso, per scelta mia o per scelta di qualcun'altro.

E se...
Indosso il Browncoat di mio padre. Le sue iniziali incise all'interno del colletto, in eleganti caratteri corsivi "P.W.". Patrick Williams. The Red Plague. Gloriosa morte. Caporale tra le file dell'esercito Indipendentista alla difesa di Boros. Boros, 15-Novembre-2455/ Boros, 21-Dicembre-2479. Una vita relativamente lunga, la sua. Una vita nel sangue.
Porto con fierezza le sue iniziali addosso. Il Browncoat è un po' lasco sulle mie forme smagrite, ma lascio che Johanne ne accorci gli orli. Sorrido. Mi sorridono gli occhi. Johanne è viva e mi prende le misure. Il suo ago è preciso come quello di un chirurgo ed è una splendida donna, bionda, due occhi blu da ammaliare il cuore di qualsiasi uomo. Emile non è stato così fortunato. Morto prendendosi una pallottola al posto mio, durante l'ennesimo attacco terroristico nel Core, New London. Giornata dell'Unificazione, due anni fa. E' per lui che sudo e lecco le mie ferite adesso. E' per lui che sto lottando, con questo cappotto sulle spalle. Il mio fucile ha strappato vite come l'ago di Johanne che si accanisce sulle cuciture degli orli malfermi, usurati dal tempo. Sono morti per una buona Causa, mi dico. Sono morti per l'Indipendenza, mi dico. Morti necessari, mi dico. Una serie di cicatrici mi deturpano le braccia. I miei occhi non hanno più alcuna luce. Io sono Guerra, per la Guerra, con la Guerra. E non avrò mai pace fin quando l'ultimo fottuto di culo blu non avrà pianto e strisciato come un verme invocando la resa, restituendoci la nostra terra, restituendoci... no. La vita di mio padre, la vita di Emile. Quella non avrebbero potuto restituircela, ma avrebbero potuto pagare. Ho un'ideale. Ho fede nel mio ideale e lo perseguirò fino in fondo. Sono forte, ma sono sola. Terribilmente sola con le mie angosce e le mie paure. Mi tremano le mani. Johanne mi stringe il browncoat attorno alla vita e accorcia le maniche.
-Sei bellissima.- me lo sussurra all'orecchio con orgoglio. Con l'orgoglio di una madre che dentro muore un po' alla volta. Perchè sa. Sa che questa potrebbe essere l'ultima battaglia.
-No. Tu sei bellissima, Joh. Io sono solo Odio. E l'Odio non è bello in nessuna delle sue forme.-


E se...
-Caporale Williams, in posizione d'artiglieria. Fuoco a massima potenza. Li voglio vedere esplodere quei Terroristi di merda. Terroristi di merda. Assassini.
-Agli ordini, Ammiraglio Wolfe. Sono in posizione.
-Fuoco.
-Lockaggio effettuato.Fuoco.
La mia divisa blu ha le scintille. Non sono niente senza questa divisa, ma con la divisa sono qualcosa, sono qualcuno. Combatto per qualcosa, combatto per qualcuno. Mi hanno strappato via la casa, mi hanno portato via mio padre, i miei amici, tutto. Sono morti perchè non credevano in un ideale di purezza. Sono morti per la loro infame testardaggine. Sono morti perchè rifiutavano l'avanguardia, l'Unificazione che ci avrebbe resi uomini liberi, uomini migliori, uomini liberi dalla criminalità che ci opprimeva e ci opprime ancora. Boros. Un Pianeta nel fango. Un Pianeta morto sotto la legge del più forte.
Ora IO sono il più forte.L'esplosione del Brigade Indipendentista è un faro nella notte. Un fuoco d'artificio nello Spazio. Illumina tutto. I miei occhi bruciano. Ardo come quelle macerie.
-Il nemico è stato eliminato, Ammiraglio Wolfe. Un altro successo per la nostra Causa.
-Ottimo lavoro, Caporale. Ottimo lavoro.
Nell'armadio ho conservato il Browncoat di mio padre. E' ancora vecchio come lui me l'ha lasciato. Impolverato come lui me l'ha lasciato. Sorrido. I miei occhi sorridono. La mia divisa blu è appesa accanto a quel Browncoat, per ricordarmi sempre cosa ero e cosa sono diventata. Per ricordarmi sempre quale sangue filtra nelle mie vene. Per ricordarmi sempre cosa potevo essere e cosa ho scelto di non essere.
Eppure... eppure... Johanne mi guarda con occhi tristi da quella foto appesa alla parete. Johanne mi guarda e ne sento il peso addosso come un macigno. Quegli occhi blu che bruciano. Quegli occhi blu distrutti dallo stesso blu che porto addosso. Il cielo e il Mare. Il dolore. Piango nel buio. Il ricordo di lei mi distrugge. Sono sola, adesso.
Nessuno mi sussurra più all'orecchio che sono bellissima.
Sono solo Odio... e l'Odio non è bello in nessuna delle sue forme.


Senza accorgermene, sto già dormendo.
Accanto a me, dorme anche l'Angelo, tra queste mura grige.
Riposa bene, Electra Williams. Riposa bene.
Domani è un altro giorno di lavoro come tanti. 
Non hai nemici da distruggere, a parte te stessa.




domenica 5 maggio 2013

Till Death





Ascoltatemi voi che vivete nei sensi,
e ascoltate solo i sensi:
L'Immortalità non è un dono,
l'Immortalità è una conquista.
E solo coloro che combattono allo stremo, la possederanno.



Sono arrivata così tante volte tanto vicina alla Morte, da non riuscire più a sentire niente.
Sono arrivata così tante volte tanto vicino alla Morte, da non poterne più fare a meno.
Sono arrivata così tante volte vicino alla Morte, che quasi non mi riesce più di vivere. Di amare.

Morte. Pirati. Lo Spazio sa essere crudele e spietato quanto e più di un assassino. Mi trovo a scrivere lettere esagitate all'interno di un Pod di salvataggio difettoso, ad un passo dall'Oblio, ad un passo dall'inevitabile, sicura che niente e nessuno avrebbe potuto più salvarmi. 
Ho lasciato che i miei mi abbandonassero.
-Perchè Signore...? Perchè a me...? Tua serva fedele. Tua Templare devota.
Stringo le braccia attorno al corpo esanime di Emile, aggrappata a quel mucchio di carne come se da quello dipendesse la mia stessa vita. Come se da quello dipendesse ogni mio respiro, che con lui, sarei morta anch'io, sarebbe morta con me ogni briciola di speranza, sarebbe morta con me ogni briciola di volontà.
Lo stringo e ripenso a quando si giocava insieme alle cave d'argilla. A quando, sozzi di fango, attendevamo Johanne e Stevens per le solite scorribande a BlackLake. Ripenso a quella volta in cui si tolse la giacca per coprirmi le spalle, quella notte che eravamo rimasti da soli in cima alla tettoia della casa del Carlson su cui ci piaceva arrampicarci per guardare dall'alto gli ultimi rancheri che si sgolavano per riportare in stalla le loro vacche. Ripenso a quando avevamo cercato di sconfiggere la paura rubando al Casinò di Dokinai, facendoci irrimediabilmente beccare, e lui si offrì di prendersi pure le mie frustate al posto mio.
Per queste cose lo si ama. Un po' vergognandosi d'esser stati tanto cattivi con lui.
Per queste cose non ho avuto nessuna esitazione nel trascinarmelo appresso, pur sapendo che per me sarebbe significato abbandonare questo Verse infame.
E invece, la salvezza, inaspettata ancora una volta. Una salvezza che si chiama ironicamente All Saints. 
Una salvezza che ha nome volto: Eivor Edwards ed Aileen Ward.
Eppure, non sono mai stata abbastanza riconoscente. L'ennesimo attacco pirata. Non ho più voglia di lottare.

Morte. Raan, St. Andrew. Un salto nel fuoco. L'ennesima metafora della mia esistenza sta lì difronte a me: un muro alto due metri di puro fuoco che fiammeggia sotto i miei occhi stanchi, arrabbiati, colmi d'odio. Silver è rimasta accanto a me. Pende come una disperata attaccata ad una specie di passerella sospesa su un baratro. E si aggrappa con le unghie e con i denti, e lotta, come una guerriera. Lotta, e io salto. Un salto. Il vuoto. La libertà. Socchiudo gli occhi. Mi mancano i capelli. I miei bei capelli rossi. 
Vorrei piangere ma non riesco a trovare la forza e invece ce l'ho per abbattere senza pietà i tre giganti che mi vengono incontro. Mi batto senza sosta, sfoderando i pugni, denti stretti, fiato corto. Un cazzotto dopo l'altro. Cadono come foglie morte al vento d'autunno.
-CHI-OSA-SFIDARMI-ADESSO?!
Chi osa sfidare l'Immortale? Chi osa sfidare Electra Williams? Electra Williams, che sfida se stessa, la Morte, per l'ennesima, fottuta, volta.
Donna Drago, mi hanno chiamato. Donna Drago.

Morte. Un recupero disperato. Cecchino senza pietà avvolta dalle ombre e dalla neve. La canna del mio M-9 non perdona, letale. Una testa salta via come palloncini di carne una dietro l'altra. Uno, due, tre morti cadono. Quattro, cinque, sei, vite rotte, spezzate dalla mia brama di vendetta. Smithson e Price a lottare insieme a me, una squadra vincente. Soldati pronti a tutto, fino allo stremo.
Orgoglio, estremo orgoglio. Sorrido. Finalmente chiudo gli occhi. Finalmente posso riposare, finalmente la pace. 
Ah, Dio... la Pace.
-Enn, Vinz... è proprio vero: noi siamo immortali.

Morte. Droga. Sono arrabbiata, sono frustrata. E sniffo Blast come non ci fosse un domani. Bianca, la vedo: purissima e candida come neve. Ne sminuzzo un po', con fare materno e maniacale. Huck mi avverte: rischio l'overdose. Lo ignoro. La mia voglia è troppa e quasi sbavo per la voglia. La voglia che mi fotte il cervello. Tiro su. Il cuore esplode, batte a mille, vedo nero. Overdose. Convulsioni. Rischio di arresto cardiaco. Battito a zero, respiro altrettanto.
-Per dimenticare... per dimenticare. E dire che no ti ho mai detto... Joe...non ti ho mai detto.

C'è Huck accanto a me, c'è Silver, c'è Nancy, c'è Vincent.Ci sono loro. Loro, i miei angeli custodi, la mia Vita, tutto. Tutto. Io che sono niente. Io che sfido l'impossibile credendo in una vita Eterna. Io che senza amore, sono niente.

Senza amore, sono niente.

lunedì 25 marzo 2013

Sotto un'unica bandiera.



A quel tempo si usava incontrarsi nei pressi della cava di carbone abbandonata, solo perché coi resti della polvere che di tanto in tanto macchiava l’erba secca, ci si poteva sporcare il viso e giocare ai soldati, a fare la guerra, come ci avevano insegnato i nostri padri infami morti chissà dove, alcuni vivi e troppo codardi per fare lo stesso.

Avevo preso l’abitudine di colorarmi le guance di nero disegnando sottili strisce parallele sulle gote e sulla fronte. A Stevens piaceva passare le mani sporche lungo tutto il viso, in verticale, tracciando come artigli dalle tempie alle mascelle ancora troppo acerbe, sbarbate. A Emile non piaceva sporcarsi la faccia, perché il padre non voleva, però portava una bandana rossa a coprire parte del viso minuto, perennemente imbronciato. Johanne, invece, portava frutta, patate lesse, pane duro: quello che riusciva a rubare dalla credenza alla madre tirchia che gestiva l’unico spaccio rimasto in piedi. Si prendeva cura di noi mentre eravamo in “guerra”, cauterizzando le sbucciature sulle ginocchia come poteva, e spesso evitando che ci cavassimo gli occhi per sbaglio. La gonna lunga di Johanne aveva sempre fantasie floreali, e chissà perché, me la ricordo fin troppo bene.

Era l’unica che alla fine rimaneva sempre pulita.

Quel giorno ero stata la prima ad arrivare –evento raro, unico nel suo genere-. Aspettavo Johanne, Stevens, Emile, con un’ansia sempre crescente nel cuore che facevo fatica a tenere a bada. Mi ero già sporcata la faccia per evitare di perdere tempo durante l’attesa. Avevo indossato gli stivali della mamma, più grandi di qualche misura, ma ancora interi e per questo non da buttare. Emile mi raggiunse poco dopo, con la sua bandana rossa.

All’appello mancavano solo Stevens e Johanne, che di solito erano sempre i primi e arrivavano insieme perché abitavano nella stessa strada.
Ricordo che guardai Emille con una punta di apprensione che non riuscivo ancora a mascherare del tutto. Lui non sorrideva mai, credo che abbia imparato a farlo da quel giorno in poi.
Sono sicura di non averlo mai visto piangere.

-Sono in ritardo. Se fossimo stati in guerra davvero a quest’ora saremmo morti.
-Noi siamo in guerra davvero
.- Osservò Emile, con la solita freddezza.
-E allora è ancor più grave. Dove sono?-
-Si saranno fermati da Johanne. Sai che sua madre è sempre tanto apprensiva…-
-Perderemo la guerra. Moriremo. Non glie lo perdonerò mai. –Insistetti. Tirai fuori dalla fondina la pistola che mi aveva regalato papà. Non avevo i proiettili, però, perché costavano troppo, e comunque affrontavo la questione con una buona dose di serietà.

Passò qualche ora. Io ed Emile eravamo stanchi d’aspettare in piedi e ci eravamo seduti all’imbocco della cava, anche se suo padre si sarebbe arrabbiato per lo sporco sui pantaloni. Io non riuscivo più a trattenermi. Ero furibonda: avremmo perso la guerra e Johanne e Stevens erano chissà dove a pomiciare.
Emile se ne stava insolitamente silenzioso, immerso nei suoi pensieri.

-Basta. Io me ne torno a casa. Si sta facendo buio.- Ruppi il silenzio sgarbatamente, borbottando adirata.
Emile non rispose. Si limitò a guardarmi come volesse aggiungere qualcosa, per poi ripensarci e tornare a fissare il buio annuvolato di polveri sottili della cava.
-Che c’è?!- Lo interrogai, brusca. Ce l’avevo con Johanne per essere sempre così carina. Piaceva a Stevens più di quanto potessi piacergli io, ed ero certissima che quell’assenza fosse dovuta a quello.
Emile non rispose subito. Mi guardò ancora una volta, e si decise a parlare solo quando feci per girare sui miei tacchi, esasperata, per tornarmene a casa. Si alzò di scatto, alle mie spalle. Potevo percepirne il tremolio delle braccia tese anche a distanza.
Mi fece paura.

-E se fosse successo qualcosa?- Non avevo mai sentito Emile parlare così.
-Cosa…? – Conoscevo già la risposta, ma avevo paura d’ammetterlo, e comunque non gli avrei mai dato la soddisfazione di mostrarmi preoccupata per Johanne, o tanto meno per Stevens.
-…- mi guardò silenzioso. Potevo sentirne lo sguardo rancoroso posarsi sulle mie spalle, senza guardarlo. Mi voltai in ritardo, solo dopo qualche istante. Fissai gli occhi in quelli di lui. Entrambi sapevamo che l’altro sapeva di cosa si stava parlando, ma nessuno ebbe il coraggio di affermarlo apertamente.
Scossi il capo, con secchezza, con convinzione.
-Non dire scemenze… lo sai che Johanne…- lasciai in sospeso la frase. Non sapevo. Non sapevo niente.

Mi voltai. Volevo andarmene. Volevo tornare a casa. Ero stanca. Ero sporca. Ero arrabbiata.
Era buio, nella campagna. Faceva freddo. Qualcosa si mosse nell’erba secca e incolta, ed ebbi un sussulto.
Sollevai la pistola. La puntai nel buio. Emile fece lo stesso un attimo dopo, ma era armato di coltello.

-Chi è là?!- urlai. Tentavo di trattenere il respiro, di affinare i sensi come mi aveva insegnato a fare mio padre. Tentai di controllare il tremolio delle mani, della voce. Tentai di controllare i battiti del cuore.
Niente. Ancora qualche suono. Poi nient’altro.
Guardai Emile, che annuì, segno che aveva compreso il da farsi. Era già pronto ad abbassarsi e strisciare al suolo, così come avevamo stabilito durante le esercitazioni, prendendo copertura dietro un cumulo di rocce abbastanza alto da celarne la figura minuta per intero. Io avanzavo nell’erba, sprezzante del pericolo, incurante che la pistola che impugnavo tra le mani non era altro che un giocattolo. E di nuovo.

-Chi è là?! Un passo falso e sparo!- secca, arida. La voce acuta era poco più che quella di una bambina. Ero una bambina, in fin dei conti.

Dai cespugli sbucò fuori la testa bionda di Stevens, ed io tornai a tremare per un istante, mentre un brivido freddo mi percorreva la schiena nel constatare che la sua faccia era gonfia di lividi, di sangue raggrumato in piccoli tagli verticali. Un occhio era più gonfio dell’altro, e non aveva addosso niente, se non un paio di brandelli di pantaloni rimasti attaccati alle gambe scavate da bruciature profonde.
Sgranai gli occhi, deglutendo a vuoto. Emile balzò fuori dal suo nascondiglio, mentre Stevens, poco più alto e grande di noi, ci barcollava incontro tenendo in mano il suo coltello da caccia come unico baluardo di difesa contro il mondo che gli aveva fatto quello.

-Do… dov’è Johanne…?- sussurrai in un singhiozzo, rapida, trattenendo lo sgomento, la rabbia che iniziava a scalpitare dentro al petto. Le nocche sbiancavano attorno al calcio della pistola giocattolo. Sentii Emile avvicinarsi alle mie spalle, con la stessa aspettativa stampata negli occhi chiari.

Stevens ci guardava, ma non ci stava vedendo realmente. Aveva negli occhi qualcosa di terribile. Avrebbe pianto, se la polvere che gli incrostava gli occhi non glie l’avesse impedito. La cenere gli impastava le ferite sulla faccia resa scura. Scosse il capo una sola volta, prima di crollare sulle sue ginocchia bruciate, svenuto.
Poco dopo scoprimmo che si era dovuto trascinare fin lì per chissà quanto tempo, da solo,  con la morte stretta nel cuore, semplicemente per assicurarsi che noi fossimo vivi.

Johanne, non era stata così fortunata.

Quando la seppellirono indossava la sua gonna a fiori gialli. I capelli rossi erano rimasti intatti. La madre li aveva acconciati con cura in una treccia come faceva di solito, nonostante del suo bel viso lentigginoso non era rimasto che un cumulo di carne maciullata. Le mancavano le gambe, ma la gonna riusciva ancora a darci il barlume di quel corpo per intero.

Riuscivo ancora a sentirne la voce gentile risuonare in sottofondo. Ridere. Le sue gambe saltarci appresso per non rimanere indietro, per via della gonna che le impediva di muoversi come si deve. Riuscivo a vedere quelle sue piccole mani pulite tirare fuori dalla borsa la roba che aveva rubato alla madre strappandole qualche ceffone di cui mostrava fiera i lividi sulla guancia, come fosse anche lei una guerriera come noi.

Johanne  era morta schiacciata sotto le macerie della drogheria che era stata distrutta dall’ennesima ondata di bombardamenti. Aveva tredici anni.
Riuscivo ad immaginarmela protesa verso la credenza in punta di piedi, contando i secondi che passavano con inesorabile velocità prima che la madre tornasse in cantina a controllare che non stesse rubando per l’ennesima volta qualcosa per noi.
La gonna di Johanne diventò la nostra bandiera.
Il motivo portante della nostra rabbia.

L’ideale, per cui avremmo per sempre combattuto.

mercoledì 5 dicembre 2012

Save my soul from myself.

Mughain s'è rifugiata all'interno di un tempio Buddhista, ormai quasi quattro mesi fa. Quella pazza. 
Non si è preoccupata di ciò che si sarebbe lasciata alle spalle. 
Non si è preoccupata di me.
Egoista pensare una cosa del genere, lo so, ma non posso fare a meno di pensare a lei quando ritorno nel mio alloggio vuoto, sullo Skyplex.
Non mi curo di accendere quella fastidiosa luce fredda al neon, non mi curo di spogliarmi, di mettermi comoda, so che anche stanotte saranno poche e cattive le ore di sonno. Resto a contemplare lo specchio sbeccato nel bagno in fondo a destra, oltre una macchia indelebile di whiskey sulla moquette.
Incredibilmente, ricordo ogni particolare di quella sera.
Sorrido tra me e me.
Ricordo lei, la sua rabbia, le sue parole graffianti in gola e le fiamme che ondeggiavano imperiose nei suoi occhi chiari.
Credo di averla amata e odiata tanto da non riuscire a dimenticare nulla dei nostri continui scambi, botta e risposta, a volte botte e ben poche risposte. Il suo odore. Il modo segretamente violento con cui spegneva la cicca all'interno del posacenere dopo le nostre strane chiacchierate.
La amavo, si.
Peccato che lei non lo saprà mai.

-C'hai mai pensato al tuo funerale, Tyler?
-E perchè dovrei? Io non parteciperò di sicuro.
-Nemmeno io, se è per questo.
-Non ne dubito. Ma sarò io a seppellire te. Questo è certo.
-E pregherai?
-Non credo. Hai di sicuro un posto già prenotato all'Inferno, Williams.
-Verrai da solo?
-A meno che tu non abbia intenzione di appiopparmi quel marmocchio, si.
-Piangerai? Qualcuno piangerà?
-Ouff... non lo so, Williams. Vorresti che piangessi?
-Forse. Mi consolerebbe saperlo.


Mi sorride, in modo ingenuo e dolce. Vorrebbe essere rassicurante.
Chissà perchè proprio adesso questo senso impotente di vuoto mi preme sullo stomaco senza darmi tregua.
Chissà perchè proprio adesso il pensiero di morire sola mi faccia tanta paura.
Lo so, so che sarò sola quel giorno, che probabilmente nessuno sarà lì a piangere per me.
Me lo merito di sicuro.
Eppure... dentro di me so che nemmeno io ho il potere di cambiare questa situazione.
Dentro di me so, che sarebbe solo una liberazione per molti, per tutti forse.
Forse anche per me.

-Sai una cosa, Emile?
-Cosa?
-Ho intenzione di vivere tanto a lungo che nessuno, nessuno avrà il tempo di piangere per me.
Perchè sarò io a piangere per loro.
-Ma... tu non piangi, Williams.
-E' vero, Emile... non piango. Non piango Mai.

sabato 10 novembre 2012

Mai abbastanza.



Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo, io sono sempre cinque minuti fa, il mio dire è fallimentare, io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo all’essere e non lo so dire. io sono senza aggettivi, io sono senza predicati, io indebolisco la sintassi, io consumo le parole, io non ho parole pregnanti, io non ho parole cangianti, io non ho parole mutevoli, io non disarticolo, non ho parole perturbanti, io non ho abbastanza parole, le parole mi si consumano, io non ho parole che svelino, io non ho parole che puliscano, io non ho parole che riposino, io non ho mai parole abbastanza, mai abbastanza parole, mai abbastanza parole. Ho solo parole correnti, ho solo parole di serie, ho solo parole del mercato, ho solo parole fallimentari, ho solo parole deludenti.


-Vuoi stare fermo, Santo Dio?-
Emile ha sempre avuto il brutto vizio di dondolarsi su quella dannata sedia quando non aveva come impiegare meglio le sue forze e il suo tempo. Mi stava accanto da un paio d'ore, in silenzio, dondolandosi su quella dannata sedia ad intervalli regolari. Le braccia incrociate sotto la nuca.
Si voltò subito dopo e mi sorrise. Non rispose, ma smise di darmi noia.
-'Fanculo, stronzo... cosa diavolo ridi? Ho la faccia di una che è in vena di scherzi?
-No, hai la faccia di una che sta per sposare l'uomo sbagliato.
Aggrottai la fronte e affinai lo sguardo. Ero arrabbiata, ma non con lui. Come sempre l'unica fonte della mia rabbia risiedeva dentro di me, e io non avrei saputo fare di meglio che ferirmi, per cercare di estirparla.
-Sta' zitto.
Mormorai. Chiusi gli occhi. Cercai di dormire, ma Emile riprese a dondolare sulla dannata sedia.
-Ti diverti con poco, mh?
Domandai, spazientita.
-Non puoi dormire per sempre per evitare di pensarci.
Era vero, pensai.
Gettai uno stanco sospiro dalle labbra e tornai a guardarlo.
-Cosa vuoi che ti dica?
-Tutto quello che ti passa per la testa...
Rispose distrattamente, come se fosse un'ovvietà e poi tornò in silenzio. Aveva chiuso gli occhi anche lui e il cappellaccio da cowboy gli copriva mezza faccia.
Sospirai ancora. Avevo proprio bisogno di parlare e invero aspettavo solamente che me lo chiedesse.
Forse lui ne era pienamente consapevole.
-Tutto quello che mi passa per la testa è noioso e confusionario e finiresti col non capirci niente... diciamo che stavo riflettendo sul fatto che, per quanto ci sforziamo, non possiamo mai veramente determinare il corso degli eventi. Lo trovo spaventoso... ma ci pensi? Qualsiasi cosa tu faccia, in un soffio, tutto può crollare come un castello di carte...
Mi persi per qualche istante ad osservare un punto morto difronte a me. Non mi aspettavo una risposta. Non da Emile. E invece quella volta mi aveva stupito.
-E quindi?
Mi chiese, con naturalezza e la curiosità sincera di cui si macchiano i bambini al cospetto di un grande mistero.
-E quindi fanculo. Cosa ci affanniamo a fare? Lasciamo tutto com'è... se deve accadere qualcosa, accadrà.
Scrollai le spalle e tornai a chiudere gli occhi. Stavolta ero io che dondolavo sulla sedia.
-Non mi hai ancora detto cos'è successo, però.
Puntualizzò con un ghigno, da sotto il cappello.
Impiegai forse qualche istante di troppo prima di rispondere.
-Per colpa mia sono morte delle persone. Beh.. diciamo che non è stata nemmeno colpa mia... ma ad ogni modo, nessuno se l'è presa con me. Pensano tutti che sia stata colpa di Neville. E questo non lo sopporto. Io lo so che non è colpa sua... 
Spiegai ingenuamente, come se quello potesse afferrarne anche solo lontamente il senso.
Contro ogni altra aspettativa, annuì.
-Sei un'egocentrica del cazzo. Ti rode solo che non se la siano presa con te.
-No. Mi rode che se la siano presa con la persona sbagliata.
-Cosa ne sai tu? C'eri?
Mi zittii improvvisamente. All'improvviso un vuoto tremendo mi riempiva la pancia come un macigno della portata di quintali. Mi chiusi in posizione fetale e mi voltai a dargli le spalle.
Volevo dormire. Volevo piangere. Volevo parlare, forse urlare, forse uccidere qualcuno. Volevo sbattere i pugni forte fino a quando qualcuno non mi avesse dato ragione. Volevo lottare e volevo arrendermi. Volevo vivere. Volevo viverlo. Volevo troppe cose, come al solito.