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sabato 8 giugno 2013

Noi bambine non abbiamo scelta.

Ci sono dei momenti nella nostra vita in cui ci troviamo ad un bivio. 

Impauriti, confusi, senza una meta. 
Le scelte che facciamo in questi momenti possono segnare il resto della nostra vita. 
É certo che quando si è di fronte all'ignoto, la maggior parte di noi preferisce far retromarcia e tornare indietro. Ma occasionalmente, le persone ti fanno pressione per qualcosa di meglio. Qualcosa aldilà del dolore di dover continuare da soli. 
E aldilà del valore e del coraggio che ci porta a far entrare qualcuno. 
O di dare un’altra possibilità a qualcuno. 
Qualcosa aldilà della calma persistenza di un Sogno.

Perché è solo quando ti metti alla prova…che scopri chi sei veramente. 
Ed è solo quando ti metti alla prova che scopri chi puoi essere. 

La persona che vuoi essere, esiste. 
Da qualche parte sull'altro lato del duro lavoro, della fede, credenza…ed oltre l’angoscia e la paura di quello che ci aspetta più avanti.

Ho appena finito di scopare con l'Angelo. Lui dorme, io mi crogiolo tra le coperte.
A dire il vero non so se stessimo scopando o divorandoci a vicenda.
Non so se questo può chiamarsi amore e non voglio chiedermelo, ma so che c'è, e che forse è una delle cose che ho sentito addosso più vicine all'amore, che io abbia mai provato.
No, non lo amo. No. E' chiaro. Ma finalmente amo me stessa e posso essere libera di amare, di amare veramente, qualora trovassi qualcuno degno della stessa considerazione che ho di me.
Ne seguo il profilo regolare. Il naso appuntito, le labbra rosse affollate di barba bionda.
Appare quasi sereno mentre riposa coi miei graffi sulla faccia e la mia cicatrice, il mio personalissimo marchio sulla pelle.
Stranamente, non è a lui che sto pensando.
Ripenso ad un incontro. Sam Hale. Moloko Cortes.

Penso alle scelte che mi hanno portata qui. Su questo letto.Tra queste mura in acciaio.
Penso ai percorsi intricati dell'esistenza umana. Penso alle strade a cui ho rinunciato, che avrei potuto intraprendere e che non ho preso, per scelta mia o per scelta di qualcun'altro.

E se...
Indosso il Browncoat di mio padre. Le sue iniziali incise all'interno del colletto, in eleganti caratteri corsivi "P.W.". Patrick Williams. The Red Plague. Gloriosa morte. Caporale tra le file dell'esercito Indipendentista alla difesa di Boros. Boros, 15-Novembre-2455/ Boros, 21-Dicembre-2479. Una vita relativamente lunga, la sua. Una vita nel sangue.
Porto con fierezza le sue iniziali addosso. Il Browncoat è un po' lasco sulle mie forme smagrite, ma lascio che Johanne ne accorci gli orli. Sorrido. Mi sorridono gli occhi. Johanne è viva e mi prende le misure. Il suo ago è preciso come quello di un chirurgo ed è una splendida donna, bionda, due occhi blu da ammaliare il cuore di qualsiasi uomo. Emile non è stato così fortunato. Morto prendendosi una pallottola al posto mio, durante l'ennesimo attacco terroristico nel Core, New London. Giornata dell'Unificazione, due anni fa. E' per lui che sudo e lecco le mie ferite adesso. E' per lui che sto lottando, con questo cappotto sulle spalle. Il mio fucile ha strappato vite come l'ago di Johanne che si accanisce sulle cuciture degli orli malfermi, usurati dal tempo. Sono morti per una buona Causa, mi dico. Sono morti per l'Indipendenza, mi dico. Morti necessari, mi dico. Una serie di cicatrici mi deturpano le braccia. I miei occhi non hanno più alcuna luce. Io sono Guerra, per la Guerra, con la Guerra. E non avrò mai pace fin quando l'ultimo fottuto di culo blu non avrà pianto e strisciato come un verme invocando la resa, restituendoci la nostra terra, restituendoci... no. La vita di mio padre, la vita di Emile. Quella non avrebbero potuto restituircela, ma avrebbero potuto pagare. Ho un'ideale. Ho fede nel mio ideale e lo perseguirò fino in fondo. Sono forte, ma sono sola. Terribilmente sola con le mie angosce e le mie paure. Mi tremano le mani. Johanne mi stringe il browncoat attorno alla vita e accorcia le maniche.
-Sei bellissima.- me lo sussurra all'orecchio con orgoglio. Con l'orgoglio di una madre che dentro muore un po' alla volta. Perchè sa. Sa che questa potrebbe essere l'ultima battaglia.
-No. Tu sei bellissima, Joh. Io sono solo Odio. E l'Odio non è bello in nessuna delle sue forme.-


E se...
-Caporale Williams, in posizione d'artiglieria. Fuoco a massima potenza. Li voglio vedere esplodere quei Terroristi di merda. Terroristi di merda. Assassini.
-Agli ordini, Ammiraglio Wolfe. Sono in posizione.
-Fuoco.
-Lockaggio effettuato.Fuoco.
La mia divisa blu ha le scintille. Non sono niente senza questa divisa, ma con la divisa sono qualcosa, sono qualcuno. Combatto per qualcosa, combatto per qualcuno. Mi hanno strappato via la casa, mi hanno portato via mio padre, i miei amici, tutto. Sono morti perchè non credevano in un ideale di purezza. Sono morti per la loro infame testardaggine. Sono morti perchè rifiutavano l'avanguardia, l'Unificazione che ci avrebbe resi uomini liberi, uomini migliori, uomini liberi dalla criminalità che ci opprimeva e ci opprime ancora. Boros. Un Pianeta nel fango. Un Pianeta morto sotto la legge del più forte.
Ora IO sono il più forte.L'esplosione del Brigade Indipendentista è un faro nella notte. Un fuoco d'artificio nello Spazio. Illumina tutto. I miei occhi bruciano. Ardo come quelle macerie.
-Il nemico è stato eliminato, Ammiraglio Wolfe. Un altro successo per la nostra Causa.
-Ottimo lavoro, Caporale. Ottimo lavoro.
Nell'armadio ho conservato il Browncoat di mio padre. E' ancora vecchio come lui me l'ha lasciato. Impolverato come lui me l'ha lasciato. Sorrido. I miei occhi sorridono. La mia divisa blu è appesa accanto a quel Browncoat, per ricordarmi sempre cosa ero e cosa sono diventata. Per ricordarmi sempre quale sangue filtra nelle mie vene. Per ricordarmi sempre cosa potevo essere e cosa ho scelto di non essere.
Eppure... eppure... Johanne mi guarda con occhi tristi da quella foto appesa alla parete. Johanne mi guarda e ne sento il peso addosso come un macigno. Quegli occhi blu che bruciano. Quegli occhi blu distrutti dallo stesso blu che porto addosso. Il cielo e il Mare. Il dolore. Piango nel buio. Il ricordo di lei mi distrugge. Sono sola, adesso.
Nessuno mi sussurra più all'orecchio che sono bellissima.
Sono solo Odio... e l'Odio non è bello in nessuna delle sue forme.


Senza accorgermene, sto già dormendo.
Accanto a me, dorme anche l'Angelo, tra queste mura grige.
Riposa bene, Electra Williams. Riposa bene.
Domani è un altro giorno di lavoro come tanti. 
Non hai nemici da distruggere, a parte te stessa.




lunedì 25 marzo 2013

Sotto un'unica bandiera.



A quel tempo si usava incontrarsi nei pressi della cava di carbone abbandonata, solo perché coi resti della polvere che di tanto in tanto macchiava l’erba secca, ci si poteva sporcare il viso e giocare ai soldati, a fare la guerra, come ci avevano insegnato i nostri padri infami morti chissà dove, alcuni vivi e troppo codardi per fare lo stesso.

Avevo preso l’abitudine di colorarmi le guance di nero disegnando sottili strisce parallele sulle gote e sulla fronte. A Stevens piaceva passare le mani sporche lungo tutto il viso, in verticale, tracciando come artigli dalle tempie alle mascelle ancora troppo acerbe, sbarbate. A Emile non piaceva sporcarsi la faccia, perché il padre non voleva, però portava una bandana rossa a coprire parte del viso minuto, perennemente imbronciato. Johanne, invece, portava frutta, patate lesse, pane duro: quello che riusciva a rubare dalla credenza alla madre tirchia che gestiva l’unico spaccio rimasto in piedi. Si prendeva cura di noi mentre eravamo in “guerra”, cauterizzando le sbucciature sulle ginocchia come poteva, e spesso evitando che ci cavassimo gli occhi per sbaglio. La gonna lunga di Johanne aveva sempre fantasie floreali, e chissà perché, me la ricordo fin troppo bene.

Era l’unica che alla fine rimaneva sempre pulita.

Quel giorno ero stata la prima ad arrivare –evento raro, unico nel suo genere-. Aspettavo Johanne, Stevens, Emile, con un’ansia sempre crescente nel cuore che facevo fatica a tenere a bada. Mi ero già sporcata la faccia per evitare di perdere tempo durante l’attesa. Avevo indossato gli stivali della mamma, più grandi di qualche misura, ma ancora interi e per questo non da buttare. Emile mi raggiunse poco dopo, con la sua bandana rossa.

All’appello mancavano solo Stevens e Johanne, che di solito erano sempre i primi e arrivavano insieme perché abitavano nella stessa strada.
Ricordo che guardai Emille con una punta di apprensione che non riuscivo ancora a mascherare del tutto. Lui non sorrideva mai, credo che abbia imparato a farlo da quel giorno in poi.
Sono sicura di non averlo mai visto piangere.

-Sono in ritardo. Se fossimo stati in guerra davvero a quest’ora saremmo morti.
-Noi siamo in guerra davvero
.- Osservò Emile, con la solita freddezza.
-E allora è ancor più grave. Dove sono?-
-Si saranno fermati da Johanne. Sai che sua madre è sempre tanto apprensiva…-
-Perderemo la guerra. Moriremo. Non glie lo perdonerò mai. –Insistetti. Tirai fuori dalla fondina la pistola che mi aveva regalato papà. Non avevo i proiettili, però, perché costavano troppo, e comunque affrontavo la questione con una buona dose di serietà.

Passò qualche ora. Io ed Emile eravamo stanchi d’aspettare in piedi e ci eravamo seduti all’imbocco della cava, anche se suo padre si sarebbe arrabbiato per lo sporco sui pantaloni. Io non riuscivo più a trattenermi. Ero furibonda: avremmo perso la guerra e Johanne e Stevens erano chissà dove a pomiciare.
Emile se ne stava insolitamente silenzioso, immerso nei suoi pensieri.

-Basta. Io me ne torno a casa. Si sta facendo buio.- Ruppi il silenzio sgarbatamente, borbottando adirata.
Emile non rispose. Si limitò a guardarmi come volesse aggiungere qualcosa, per poi ripensarci e tornare a fissare il buio annuvolato di polveri sottili della cava.
-Che c’è?!- Lo interrogai, brusca. Ce l’avevo con Johanne per essere sempre così carina. Piaceva a Stevens più di quanto potessi piacergli io, ed ero certissima che quell’assenza fosse dovuta a quello.
Emile non rispose subito. Mi guardò ancora una volta, e si decise a parlare solo quando feci per girare sui miei tacchi, esasperata, per tornarmene a casa. Si alzò di scatto, alle mie spalle. Potevo percepirne il tremolio delle braccia tese anche a distanza.
Mi fece paura.

-E se fosse successo qualcosa?- Non avevo mai sentito Emile parlare così.
-Cosa…? – Conoscevo già la risposta, ma avevo paura d’ammetterlo, e comunque non gli avrei mai dato la soddisfazione di mostrarmi preoccupata per Johanne, o tanto meno per Stevens.
-…- mi guardò silenzioso. Potevo sentirne lo sguardo rancoroso posarsi sulle mie spalle, senza guardarlo. Mi voltai in ritardo, solo dopo qualche istante. Fissai gli occhi in quelli di lui. Entrambi sapevamo che l’altro sapeva di cosa si stava parlando, ma nessuno ebbe il coraggio di affermarlo apertamente.
Scossi il capo, con secchezza, con convinzione.
-Non dire scemenze… lo sai che Johanne…- lasciai in sospeso la frase. Non sapevo. Non sapevo niente.

Mi voltai. Volevo andarmene. Volevo tornare a casa. Ero stanca. Ero sporca. Ero arrabbiata.
Era buio, nella campagna. Faceva freddo. Qualcosa si mosse nell’erba secca e incolta, ed ebbi un sussulto.
Sollevai la pistola. La puntai nel buio. Emile fece lo stesso un attimo dopo, ma era armato di coltello.

-Chi è là?!- urlai. Tentavo di trattenere il respiro, di affinare i sensi come mi aveva insegnato a fare mio padre. Tentai di controllare il tremolio delle mani, della voce. Tentai di controllare i battiti del cuore.
Niente. Ancora qualche suono. Poi nient’altro.
Guardai Emile, che annuì, segno che aveva compreso il da farsi. Era già pronto ad abbassarsi e strisciare al suolo, così come avevamo stabilito durante le esercitazioni, prendendo copertura dietro un cumulo di rocce abbastanza alto da celarne la figura minuta per intero. Io avanzavo nell’erba, sprezzante del pericolo, incurante che la pistola che impugnavo tra le mani non era altro che un giocattolo. E di nuovo.

-Chi è là?! Un passo falso e sparo!- secca, arida. La voce acuta era poco più che quella di una bambina. Ero una bambina, in fin dei conti.

Dai cespugli sbucò fuori la testa bionda di Stevens, ed io tornai a tremare per un istante, mentre un brivido freddo mi percorreva la schiena nel constatare che la sua faccia era gonfia di lividi, di sangue raggrumato in piccoli tagli verticali. Un occhio era più gonfio dell’altro, e non aveva addosso niente, se non un paio di brandelli di pantaloni rimasti attaccati alle gambe scavate da bruciature profonde.
Sgranai gli occhi, deglutendo a vuoto. Emile balzò fuori dal suo nascondiglio, mentre Stevens, poco più alto e grande di noi, ci barcollava incontro tenendo in mano il suo coltello da caccia come unico baluardo di difesa contro il mondo che gli aveva fatto quello.

-Do… dov’è Johanne…?- sussurrai in un singhiozzo, rapida, trattenendo lo sgomento, la rabbia che iniziava a scalpitare dentro al petto. Le nocche sbiancavano attorno al calcio della pistola giocattolo. Sentii Emile avvicinarsi alle mie spalle, con la stessa aspettativa stampata negli occhi chiari.

Stevens ci guardava, ma non ci stava vedendo realmente. Aveva negli occhi qualcosa di terribile. Avrebbe pianto, se la polvere che gli incrostava gli occhi non glie l’avesse impedito. La cenere gli impastava le ferite sulla faccia resa scura. Scosse il capo una sola volta, prima di crollare sulle sue ginocchia bruciate, svenuto.
Poco dopo scoprimmo che si era dovuto trascinare fin lì per chissà quanto tempo, da solo,  con la morte stretta nel cuore, semplicemente per assicurarsi che noi fossimo vivi.

Johanne, non era stata così fortunata.

Quando la seppellirono indossava la sua gonna a fiori gialli. I capelli rossi erano rimasti intatti. La madre li aveva acconciati con cura in una treccia come faceva di solito, nonostante del suo bel viso lentigginoso non era rimasto che un cumulo di carne maciullata. Le mancavano le gambe, ma la gonna riusciva ancora a darci il barlume di quel corpo per intero.

Riuscivo ancora a sentirne la voce gentile risuonare in sottofondo. Ridere. Le sue gambe saltarci appresso per non rimanere indietro, per via della gonna che le impediva di muoversi come si deve. Riuscivo a vedere quelle sue piccole mani pulite tirare fuori dalla borsa la roba che aveva rubato alla madre strappandole qualche ceffone di cui mostrava fiera i lividi sulla guancia, come fosse anche lei una guerriera come noi.

Johanne  era morta schiacciata sotto le macerie della drogheria che era stata distrutta dall’ennesima ondata di bombardamenti. Aveva tredici anni.
Riuscivo ad immaginarmela protesa verso la credenza in punta di piedi, contando i secondi che passavano con inesorabile velocità prima che la madre tornasse in cantina a controllare che non stesse rubando per l’ennesima volta qualcosa per noi.
La gonna di Johanne diventò la nostra bandiera.
Il motivo portante della nostra rabbia.

L’ideale, per cui avremmo per sempre combattuto.

domenica 23 dicembre 2012

Default.


La prossima volta che m'innamoro, voglio un uomo un po' freddo. Qualcuno che non assecondi ogni mio inutile capriccio. Però deve essere uno che, se per esempio litigassimo, il giorno dopo si presentasse da me con una rosa e una frase d'amore…

Un uomo così.

Cerca l'immagine di se riflessa sullo specchio sbeccato del bagno umido all'interno del suo appartamento spoglio. Non le era mai interessato di riempirlo con inutili cianfrusaglie. 
Solo il necessario per sopravvivere.
Lei era così.
Si aggrappava alle cose necessarie, quelle che continuano a farti battere il cuore nel petto.
Si aggrappava a se stessa, non alle cose.
Un divano nero in simil-pelle ancora coperto dalla stessa plastica con cui lo aveva comprato. Un basso tavolino stracolmo di posaceneri che non si prendeva la briga di svuotare. Un letto, semplice, ad una piazza e mezzo perchè da soli si sta meglio, ma meglio stare comodi. Un armadio pieno di camice maschili. Alcune non le avrebbe mai indossate. Un tavolo da pranzo mai usato. Una cucina altrettanto intonsa.

Cercava i suoi occhi stanchi. Il vuoto che s'era lasciata attorno aveva reso quelle occhiaie ancora più profonde e lasciato il segno nelle iridi non più luminose. Erano vacui e vitrei, e ci cercava dentro ancora i cocci di quei 21 grammi che aveva perduto.

Ciao. Sono Electra Williams. Non so dove sono nata. Non ho mai visto il volto di mia madre e quello di mio padre l’ho dimenticato. A quattro anni mi sono trasferita a Boros. 
Lavoro giorno e notte, e continuo a coltivare sogni che puntualmente si infrangono.
  
 Aveva sei anni. Se ne stava in equilibrio sulla punta dei piedi nudi, vestita di morbido cotone bianco.
Il papà se ne stava in piedi, di spalle. Imbracciava un fucile e parlava con l'uomo dai baffi rossi, incurante che la mocciosa frignasse spiando al dilà della finestra. Lo ammirava. Se avesse potuto scavalcare quel davanzale gli sarebbe saltato al collo urlando di contentezza a pieni polmoni.
-Papà!- esalò un lamento tra le labbra, mentre -sentendosi abbandonata-, si aggrappava con le piccole braccia al davanzale della finestra della casa in legno al piano terra, cercando disperatamente di saltare dall'altra parte. Il papà si voltò a cercare la fonte di tale disturbo. 
I suoi occhi erano gelidi, rabbiosi e infastiditi. Non le avrebbe mai perdonato d'averle portato via l'unica donna che aveva mai amato, sopravvivendo come un lurido parassita al posto suo.
La bambina non ha mai dimenticato quello sguardo.
-Ti voglio bene!- protestò lei, tra le lacrime immotivate che non aveva ancora imparato a trattenere.
-Ti ho detto di aspettare in casa! Il papà ha da fare. Lo capisci, questo?- per quanto non riuscisse a ricordarne le rughe d'espressione sul volto non più giovane, la voce ruvida le risuonava ancora nelle tempie di tanto in tanto, nei momenti di più profonda solitudine.
L'abbandono, l'aveva imparato in fretta.


Sono passati dieci anni da quel giorno. Cinque giorni dai suoi sedici anni.
Stevens le teneva la mano, stretta in una presa che l'avrebbe di li a poco infastidita. Che di li a poco avrebbe evitato. Il cunicolo in cui si erano infilati era una vecchia miniera di carbone in disuso. 
La puzza di zolfo tormentava le narici di entrambi, ma non si tirò indietro quando il biondino più grande di lei di qualche anno tentò di ficcarle la lingua in bocca, malamente. 
Era un contatto umido e strano. La pelle fremeva sotto la sua stretta irruenta e non poteva fare a meno di pensare che tutto quello non lo aveva voluto.
Pochi secondi e lo respinse di scatto, rifilandogli un ceffone che non avrebbe dimenticato dopo anni, che si sarebbe legato al dito come un marchio indelebile. Una profonda cicatrice nell'orgoglio giovane.
-Perchè devi essere sempre così? Non ti amerà mai nessuno.- Le ringhiò in faccia incattivito, massaggiando la guancia dolorante, prima di alzarsi di scatto e cercare l'uscita.
Non aveva compreso la paura negli occhi chiari di quella ragazzina. O forse non gli importava scavare a fondo nelle ragioni di quel rifiuto.
Lei rimase a guardarlo aggrottata, mentre si allontanava. Le braccia strette attorno al petto. Lo sguardo cupo.
-Non ho bisogno che qualcuno mi ami. Sarò felice comunque, senza di te. Sarò felice lo stesso anche da sola. Un giorno vedrai!- Riuscì ad urlargli dietro prima che l'ombra sparisse nella polvere della miniera abbandonata.
L'abbandono, una costante.

In quel periodo credeva di non volersi innamorare mai più. Invece, quella notte, pregando per la felicità di Stevens, iniziò a pensare che nonostante il dolore e le ferite che avrebbe potuto causarle, avrebbe voluto sognare ancora una volta e amare qualcuno… con tutto il cuore.

lunedì 10 settembre 2012

Sempre uguale a mai.

Il sole batte la terra arsa e polverosa, senza lasciare a niente un barlume d'alito di vita. L'accenno vago di civiltà è dato solo da qualche orma vecchia e ormai solidificata di stivale.
Avrei giurato che in fondo a destra, dopo quel cumulo di rottami preda di sciacalli come lo ero io una volta, sorgesse il ranch dei Carlson, e la loro vasta piantagione.

Trattengo il fiato per alcuni istanti e lascio scivolare tutto all'interno di quel serbatoio di rimpianti che mi porto appresso, constatando quanto da un mese a questa parte abbia cominciato a farsi più che mai pesante.
Alla stregua di quegli uomini io non ho più casa.
Questo è Boros.

Rewind.

Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Ogni processo ricomincia sempre da capo, e a volte con le medesime meccaniche.
Mi chiedo se siamo andati davvero avanti o se il nostro è solo un continuo girarci intorno come dei cani intenti ad inseguire la triste illusione di poter, un giorno, riuscire ad afferrare la propria coda.
A volte semplicemente non ne abbiamo scelta.

Ho rivisto Zoya. Le ho chiesto scusa. Le ho regalato l'unica cosa realmente cara che possedevo e non è servito a niente. Lo sento ancora quel rancore, imprigionato nella morsa stretta di nervi saldi, di certo più dei miei. Non voglio che mi perdoni, non mi interessa, voglio che sappia.
Non sapeva niente di me, eppure ha deciso ostinatamente di amarmi. Come si può riuscire ad amare ad occhi chiusi? Come si può riuscire ad amare così incondizionatamente?
Davvero... vorrei che un giorno potesse insegnarmi a farlo. Credo che faccia soffrire.
Lei, almeno ha sofferto.

Anche Mughain rincorre la sua coda, una coda che ha un nome e un volto: Evah. Anche lei riesce ad amare incondizionatamente e ad odiare altrettanto. Li ho visti i suoi occhi pieni di rabbia, furia incontrollata, e la mia impotenza di fronte ad essi, difronte al fatto innegabile che di lei non so più nulla. Non so più se abbia smesso o meno di fare parte della sua vita e se mai io ne abbia in qualche modo fatto parte.
Andrò a trovarla al Tempio di Elèria. Devo sapere. Io non posso amare solo ombre.
E mi manca... forse se mi fosse rimasta accanto in questo periodo avrei evitato di cadere in tanti, troppi errori. E allo stesso tempo detesto l'idea di dover dipendere da lei. Di non riuscire a cavarmela da sola senza che qualcuno come lei mi prenda per mano e mi indichi la strada.
Vorrei tornasse. Vorrei che si facesse sentire e vorrei che mi restituisse quel pezzo di me che le ho donato inconsciamente o meno.

In fondo anch'io inseguo la mia coda, però mi sembra che adesso ci sia arrivata più vicina del solito. Insomma.. svuotarsi l'anima non è decisamente da me, eppure con Neville l'ho fatto.
E' strano che dopo così tanto tempo abbia così poco da scrivere su di lui, ma non mi servono parole, non adesso che lo sento così vicino.
La certezza di questi piccoli rituali: la sua mano, il sibilo del motore, l'umidità del mattino, il suo sorriso bianco quando mi accorgo che è intento a guardarmi mentre fingo di dormire e ho la faccia ancora tutta stropicciata nel cuscino. Le nostre litigate tempestose che non culminano mai in nulla di veramente utile, ma che ogni volta sembrano stringerci l'uno all'altro in una morsa di quelle che più ti divincoli e più non riesci a tirartene fuori.
Ora so cosa vuol dire amare. Ed è strano perchè solitamente so solo quello che non voglio.

Eppure torno a girare in circolo, senza pace. Gli occhi azzurri con cui mi ha guardata mi hanno sconvolto. Mai vista tanta purezza innocente da infante e tanta cattiveria incoscente insieme, sotto la barba acuminata e quell'odore che sa di dimenticato dal tempo. Sa di mare. E' salato e pizzica sulle ferite, eppure è di sollievo e conforto nel suo costante ed immutabile ondeggiare. Ed è selvaggio e mite, dolce e spietato. Non ti lascia scampo se non sai nuotare o almeno stare a galla. E la salsedine. Quella te la lascia addosso e non si toglie nemmeno dopo quattro, cinque docce perchè ti senti ancora troppo sporco, troppo poco degno di portarla addosso.
Maledico quegli occhi e maledico me per averli guardati, per esserci naufragata dentro come non avessi avuto scialuppa o isola dove tornare.
So che il richiamo del mare mi porterà a se ancora, quando avrò voglia di viaggiare o solamente di andare lontano.

Ma io un'isola ce l'ho.
Un porto sicuro su cui approdare quando quella sete di vento mi trascina via nell'irrequietezza di un vorticare su me stessa che non mi porta da nessuna parte. Sempre e solo uguale a mai.




giovedì 7 giugno 2012

The End.

Mio padre è via ormai da più di una settimana, e soffro la sua mancanza come un cane sentirebbe la mancanza del proprio padrone. Ho quattordici anni, età che permetterebbe ad un qualunque ragazzo del Core di frequentare ancora la scuola ed approfondire gli studi, e invece io passo le mie giornate a rubacchiare in giro, a farmi inseguire, a farmi picchiare, e tornare a casa con un paio di patate per la cena. E così il giorno dopo, e quello dopo ancora. 

E' un venerdì mattina, un 22 Dicembre freddo e secco come gli altri. Gli addobbi natalizi si susseguono ovunque in ogni casa di Boros, screpitando energici ed arroganti coi loro colori accecanti in ogni giardino. Ho sempre odiato il Natale, fin da bambina. Il primo regalo che ricevetti fu un piccolo coltellino svizzero, con tanto di cavatappi, dall'impugnatura in legno scuro, e ricordo che invidiai le altre bambine e le loro bambole per un istante, ma quello dopo ero già li pronta a sorridere, a fingere d'essere felice ancora una volta. Per lui.
Spingo la lettera all'interno della buca vuota e imperlata di acqua ghiacciata, rimasugli di pioggia abbandonati come ricordo, come segnale di un Inverno che si prospetta essere più freddo e lungo del consueto. Gli ho scritto una missiva e spero con tutto il cuore che arrivi a destinazione, ma sono giorni, settimane, e nessuna risposta torna indietro. 
Non ho versato una lacrima, con il timore che se lui fosse tornato indietro e avesse aperto la porta da un momento all'altro e mi avesse trovata a frignare come una bambina, me le avrebbe date di santa ragione. Ma io sono una bambina. Lui e la sua fissa per la debolezza.
Ancora una volta percorro la strada ciottolata che attraversa il vecchio campo di grano dei Carlson fino al centro città, la mia prossima tappa è il macellaio, al quale cercherò di rubare qualche scarto sfoggiando un paio di occhi dolci da cerbiatta: quelli mi sono sempre venuti su bene. Faccio la strada insieme a Stevens, che non mi molla un secondo. Dio, lo avrei riempito di botte per quel suo continuo ciarlare, chiacchierare di aria fritta e sogni idioti da ragazzo. Tutte stronzate. Da lontano riesco ad intravederla, è una Jeep di quelle nuove, di quelle che hanno solo i ricchi, dalle mie parti, e ci corre dritta incontro. Fessurizzo gli occhi e mi fermo a guardarla, ed un attimo dopo averci superato mi accorgo che quella che sta percorrendo è proprio la strada per casa mia. Corro. Ricordo di non aver corso così tanto prima d'ora. 
Alla porta c'è un uomo in browncoat, con un cappello da cowboy ed una barba incolta a rossiccia che non avevo mai visto. Incrocio le braccia e mi faccio fiera nella mia minuta statura, nonostante il fiatone.
Ha notizie di mio padre, mi dice. E lo vedo quello sguardo: lo sguardo di quello che sta per darti l'ennesima delusione e che, pur non conoscendoti affatto, prova una sorta di empatico affetto e comprensione. Lo sguardo di chi vorrebbe fare o dire qualcosa per addolcire una pillola fin troppo amara da inghiottire. Lo sguardo di chi non può capire mai del tutto a fondo, ma tenta di sforzarsi nel farlo. 
Mi mette una mano sulla spalla.
Due parole. Due, fottutissime, parole.
E' morto.
Annuisco, dopo qualche istante. Sorrido perfino, a mezza bocca, un sorriso rassicurante e troppo adulto per una ragazzina della mia età, il sorriso di chi, in fondo, se lo sarebbe aspettato e se n'è già fatto un'idea, ma non è così. L'uomo con la barba rossa sembra provare una sorta di segreto sollievo e compiacimento. Era proprio quello che volevo.
Mi ha proposto di riconoscere il corpo, ma mi sono rifiutata categoricamente di farlo, inviando Stevens al posto mio, a fare il lavoro sporco. 

Non ho versato una lacrima, eppure, ero certa che lui non avrebbe aperto la porta da un momento all'altro urlandomi addosso che sarei dovuta crescere e diventare forte. Non questa volta.


Mi ha detto che mi ama.
Lo ha fatto e io l'ho picchiata. L'avrei ammazzata. Le ho puntato una pistola contro, furibonda. Le avrei strappato la lingua a mani nude, lo avrei fatto, pur di farla tacere.
L'unica cosa che le avevo chiesto era di non farlo, di non innamorarsi di me, di non rendere le cose più complicate di quanto già non lo fossero.
Piangeva e mi si è offerta. Si è offerta alla canna della mia pistola come una martire. Pazza, o forse solo stupida. E non è forse così che ci rende l'amore? Stupidi e pazzi come dei vecchi rincoglioniti, o come dei bambini troppo cresciuti che non sanno quando il gioco è finito.
Incredibile quanto riesca ad essere tenace e violenta. Incredibile come riesca sempre e comunque a scuotermi dalla mia fermezza. E' una valanga e un fiume in piena inarrestabile quando si prova a richiuderla negli argini della pura logica. E' un elefante che mi si getta tra le braccia incurante che possa reggerne o meno il peso, incurante di crollare a terra e farsi male perchè non ha più sostegno sotto i piedi.
L'ho allonata. L'ho fatto in tutti i modi possibili. In tutti i modi più dolorosi. In tutti i modi in cui una persona normale, un'altra persona qualunque, mi avrebbe cancellata per sempre. Le ho detto che non l'avrei mai ricambiata, ho cercato di farle capire che non l'amo, che non posso amarla per il suo bene e per il mio, ma era sempre li.
Mi ricorda tanto un cane. Puoi picchiarlo, maltrattarlo, abbandonarlo sul ciglio della strada, ma quello troverà sempre la via per il ritorno. Ti troverà, ti scoverà, riconoscerà il tuo odore tra mille altri, ti verrà incontro scodinzolante e pieno di gioia, pronto a perdonarti in cambio di poche carezze ed un tozzo di pane andato a male.
L'ho ferita e mi sono ferita, ma questo mi è servito di lezione. Ho capito che non sono ancora abbastanza vicina a ciò che voglio essere, che la sola idea di poterla perdere era più grande del desiderio stesso di starle accanto. Non voglio. Non la voglio. Non voglio tornare a fissare quella porta e a sperare che qualcuno torni indietro a riprendermi. Non ci sono più fessure, nessuna porta, non uno spiraglio di luce all'interno di questo guscio, ed è questo l'unico modo che ho per non farmi del male.
Per non farle del male.

venerdì 1 giugno 2012

Irrimediabili fessure.


Il vento di Maggio bacia le mie labbra nude. Sono fresche, umide. Portano addosso il sapore della pioggia inattesa, della solitudine dell'autunno, del mio ricordo. Il sangue si mischia alle gocce, piccoli tagli verticali, segni della primavera ancorata ai miei sorrisi più larghi.
Il cotone scuro incollato al petto, modella forme allenate, macchiate dalla scarna carne che mi porto dietro sin da quando ero troppo giovane per accorgermi di me.
Ai piedi stivali beige, con dei lacci quasi maggiorenni ed un paio di buchi sulla punta.
Jeans scoloriti ed un vecchia cinta che non li regge del tutto.
Al polso l'orologio che mi ha regalato il mio vecchio, in un natale che sfoco, e per completare la chincaglieria, tre anelli ed una collana: pace, odio, amore, guerra e fede distribuite in ordine sparso tra anulari, mignolo sinistro e collo.

Time has told me
You're a rare rare find
A troubled cure
For a troubled mind

And time has told me
Not to ask for more
Someday our ocean
Will find its shore
 
Senza accorgermene sto tremando. E non per il freddo, l’aria è così felice di vedermi che quasi ha smesso di essere pungente. Mantengo fermo il cortex pad sotto il naso. E' ormai più di una settimana che sono qui, alla ricerca di ciò che ancora non ho perduto del tutto.
Respiro e mi sembra di rileggere pagine ingiallite già scritte da me stessa qualche sera addietro senza accorgermene.


Ti sembrerà strano che mi ritrovi nel bel mezzo della notte a rimpinzare di parole questo cavolo di codex, invece di macchiare come al solito decine di fogli di carta...
Si ho questo vizio...scrivo, appunto, cancello...e spesso disegno...ma sono tremendamente gelosa di ciò che produco...questa stanza l'hanno percorsa poche paia di piedi...e meno occhi hanno potuto vedere...
 
Ad ogni modo...Evah non c'è, non so nemmeno dove sia, ed io cerco di occupare il mio tempo di riposo, combattendo l'insonnia a colpi di parole.
 
Non so per quale motivo la tua testolina rossa e quello che c'è dentro, e il tuo corpicino allenato, e quello che c'è dentro, mi stiano così a cuore.
Non è da me, decisamente.
Eppure è così.
Evah dice che noi due ci somigliamo, e forse è davvero così.
Quindi, visto che spesso non riesco a prenderemi cura di me, il cercare di farlo con te potrebbe essere una specie di "riflesso"...terapeutico.
 
No, c'è altro.
Lo sento.
Forse questi occhi hanno visto qualcosa in te, che i tuoi non hanno nemmeno ancora sfiorato.
 
Non sarò mai una persona gentile ed affabile, non sarò mai diplomatica.
Non sono Evah, né sarò mai come Brent, né figuriamoci come Amelie...
 
Io sono ruvida come carta vetrata, spinosa e graffiante come filo spinato.
Per alcuni versi assolutamente sgradevole.
Eppure sono sincera fino al midollo.
 
Hai ragione, ieri sera mi sono permessa fin troppe libertà con il tuo spazio.
Per questo sono andata via.
Per questo non ho lasciato spiegazioni in giro.
 
Ma da quello che mi avevi scritto, nel non detto, ho letto qualcosa.
Ho capito che cercavi un appiglio e mi sono presentata per fornirtelo.
Ma è anche vero che devi cavartela da sola, anche in un frangente che fino ad oggi ti è risultato sconosciuto.
 
Hai molto di più di quello che mostri, dentro di te.
 
Cercare di proteggerlo mostrando ciò che non sei, o peggio, cercare di negarlo, non ti sarà di aiuto.
Proteggilo.
Prenditi cura di come sei.
Cresci nel modo in cui vuoio crescere.
Non ti far condizinare da nessuno
 
Posso solo darti un consiglio che l'esperienza mi ha offerto: non lasciare che i legami che si creano nel tuo mondo, vengano tarpiti. Soprattutto non troncarli tu per prima.
Fallo solo se sei costretta dalle circostanze, se non farlo metterebbe a rischio te o le persone coinvolte da quel legame.
Ma vivilo il più possibile.
 
Ora vado a cercare di dormire...l'alcol che ho in corpo finalmetne sta facendo effetto...
Forse ne ha fatto ancora prima, e forse tutte queste parole ne sono l'effetto...
Vedila come preferisci....
Puoi sempre premere il tasto di cancellazione e ignorare che tutto questo sia mai avvenuto.
'Notte nanerottola...
 
Ombra
 
[allegato c'è un link che riporta ad un bislacco disegno fatto da Mug]


"Ma cosa vuoi che ti dica, Mugh. Stai sbagliando tutto. Non andrai da nessuna parte. Ti stai lasciando la migliore occasione che avresti mai potuto avere alle spalle. Anzi, l’occasione migliore l’avevi davanti agli occhi, e ti stai arbitrariamente girando. Come...come pensi di riuscire a allacciarti le scarpe domani mattina, quando tutto ti apparirà chiaro, ma sarà troppo tardi. Perché sarà troppo tardi. Perché non avrai altre possibilità. E’ un attimo sai. Un attimo! Prima hai tutto tra le dita, sulla punta delle unghie, a portata di polpastrelli.
Ma sentiti... sentiti! Dovrei essere io a scrivere di certe cose a te, stupida Gambelunghe.


Electra,
ho pensato un bel po' a cosa dire e a come dirlo. Ogni cosa che mi veniva in mente mi sembrava stupida e banale. Probabilmente, in questo momento sono davvero stupida e banale. Allora mi è venuta in mente questa poesia. E' una delle mie preferite. E' per te. Da me. Per dirti grazie. Per così tante cose che non saprei da dove iniziare davvero.
Tua,
Zoya


CAMMINI SUI MIEI SOGNI

Se avessi il drappo ricamato del cielo,
Intessuto dell’oro e dell’argento e della luce,
I drappi dai colori chiari e scuri del giorno e della notte
Dai mezzi colori dell’alba e del tramonto,
Stenderei quei drappi sotto i tuoi piedi:
Invece, essendo povero, ho soltanto sogni;
E i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi;
Cammina leggera, perché cammini sui miei sogni.

William Butler Yeats, poeta della Terra che fu

Sono uscita di casa canticchiando il motivo di “Riverman” di Nick Drake. Se c’è una cosa di Boros che apprezzo è il silenzio. Nelle zone a traffico limitato, nelle strette vie ciottolate del centro, dove è assente il rumore dei motori, quella cortina di mutismo è assordante. Trapassa le orecchie in modo quasi violento, stanziandosi tra le due tempie. I miei pensieri più intricati e le mie preoccupanti conversazioni ad alta voce con me stessa,  hanno come spettatori quel silenzio e quelle case basse con il tetto spiovente e la mansarda. Il Saloon è infondo alla strada, ancora decadente come l'ho lasciato.

So I`ll leave the ways that are making me be
What I really don't want to be
Leave the ways that are making me love
What I really don't want to love

Time has told me
You came with the dawn
A soul with no footprint
A rose with no thorn

Your tears they tell me
There's really no way
Of ending your troubles
With things you can say

Non riesco a ricordare quello che ho sognato, ma ricordo alcuni odori e la maggior parte dei colori di quel mio viaggio nel subconscio.  Terra bagnata, lacca per capelli, blu oltremare, glicine, rosa pastello, bianco di zinco. Ricordo un sorriso e mi faceva stare bene, ma non mi manca.
Sono i fantasmi di questa terra a cullare le mie notti grige. E sogni e morte e pianti e urla di gioia e di dolore, gli spari, la neve, il deserto sotto di essa, l'erba secca e bruciata dei campi abbandonati, l'armonica a bocca di mio padre è come eco tra queste mura stanche. Lascio scivolare il nulla e il tutto assieme tra le dita. 

So leave the ways that are making you be
What you really don't want to be
Leave the ways that are making you love
What you really don't want to love

Respiro dinuovo, tra queste crepe.